L’agricoltura del futuro tra sicurezza alimentare e sostenibilità

Dal punto di vista della responsabilità sociale, la normativa internazionale ISO 26000 fornisce una guida per tutti i tipi di organizzazioni per la filiera alimentare, la UNI ISO/TS 26030 introduce sette principi di responsabilità sociale che devono guidare le scelte delle imprese: responsabilità di render conto (accountability), trasparenza, comportamento etico, rispetto degli interessi degli stakeholder, rispetto del principio di legalità, delle norme internazionali di comportamento e dei diritti umani [...]
Gabriele Zabbatino

Dottore in giurisprudenza presso Università degli Studi Roma Tre, Master in consulente legale d’impresa presso LUISS Business School

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A seguito dello scoppio della pandemia e del periodo di lockdown in Italia l’agroalimentare ha dimostrato di essere un settore solido e fondamentale per lo sviluppo economico del nostro Paese. Oggi, l’agricoltura non va più intesa soltanto nella sua funzione di attività primaria diretta alla produzione di generi alimentari. Infatti, le più recenti politiche agro-rurali, a livello internazionale e nazionale, si occupano di varie tematiche tra cui lo sviluppo sostenibile, la sicurezza alimentare, la lotta al cambiamento climatico e agli sprechi, la pianificazione del territorio, la diversificazione delle colture, la produzione di energia. La disciplina del settore agroalimentare è una materia multidisciplinare e trasversale che può rappresentare un “veicolo di innovazione istituzionale”. È, ormai, diffusa la tendenza a estendere ad altri settori le innovazioni normative originariamente introdotte per far fronte alle domande di nuova regolazione emerse proprio nell’ambito del settore agroalimentare.

L’agroalimentare nel sistema delle fonti

Inizialmente, in materia agroalimentare, ciascun ordinamento aveva una propria regolamentazione, autonoma e distinta rispetto a quella degli altri Stati. Le definizioni degli istituti e dei principi basilari non erano univoche e tale difformità rappresentava un limite al corretto funzionamento del mercato interno e alla libera circolazione delle merci in Europa, oltre che alla tutela della salute dell’uomo in una prospettiva extraterritoriale. I Trattati su cui si fonda l’Unione europea provvedono non solo a delimitare le competenze dell’Unione e degli Stati membri, ma anche a stabilire i principi in base ai quali l’UE esercita le proprie competenze.

L’art. 5, par. 1, del Trattato sull’Unione Europea (TUE) o Trattato di Maastricht del 1992 dichiara che «l’esercizio delle competenze dell’Unione si fonda sui principi di sussidiarietà e di proporzionalità».

Ai sensi dell’art. 5, par. 3, TUE «in virtù del principio di sussidiarietà, nei settori che non sono di competenza esclusiva, l’Unione interviene soltanto se e in quanto gli obiettivi dell’azione prevista non possono essere conseguiti in misura sufficiente dagli Stati membri, né a livello regionale e locale, ma possono, a motivo della portata o degli effetti dell’azione in questione, essere conseguiti meglio a livello dell’UE». Al riguardo, il par. 4 del suddetto articolo stabilisce che «in virtù del principio di proporzionalità, il contenuto e la forma dell’azione dell’Unione si limitano a quanto necessario per il conseguimento degli obiettivi dei Trattati». Tale disposizione ha lo scopo di limitare l’azione dell’Unione e di garantire che i mezzi adottati siano congrui rispetto all’obiettivo da raggiungere.

Secondo il principio di leale cooperazione, poi, i vari livelli di governo devono cooperare tra loro in quanto, nonostante la diversità di funzioni e strutture, appartengono al medesimo ordinamento.

Al fine di creare un sistema comune di protezione del cibo e assicurare la libera circolazione delle merci agricole nel mercato comune europeo – istituito con il Trattato di Roma del 1958 – è stata adottata la PAC (Politica Agricola Comune). Essa ha lo scopo di superare le specificità dei singoli territori ed assicurare un giusto equilibrio tra domanda ed offerta di prodotti agricoli, evitando, di conseguenza, una eccessiva volatilità dei prezzi e dei redditi ed assicurando una pronta risposta alle questioni comuni relative alla sicurezza alimentare, alla qualità dei prodotti ed alla sostenibilità.

L’art. 39 del TFUE stabilisce gli obiettivi specifici della PAC:

  1. incrementare la produttività dell’agricoltura, sviluppando il progresso tecnico e assicurando un impiego ottimale dei fattori di produzione, in particolare della manodopera;
  2. assicurare un tenore di vita equo alla popolazione agricola;
  3. stabilizzare i mercati;
  4. garantire la sicurezza degli approvvigionamenti;
  5. assicurare prezzi ragionevoli ai consumatori.

Il TFUE, poi, prevede una serie di obiettivi indirettamente connessi a quelli della PAC: la promozione di un elevato livello di occupazione (art. 9), la tutela dell’ambiente nella prospettiva di promuovere lo sviluppo sostenibile (art. 11), la protezione dei consumatori (art. 12), le esigenze in materia di benessere degli animali (art. 13), la protezione della salute umana (art. 168) e la coesione economica, sociale e territoriale (artt. 174 e 178).

Pertanto, in un contesto di crescita esponenziale della popolazione mondiale, di pressioni ambientali e cambiamenti climatici e di maggiore consapevolezza da parte dei consumatori, la PAC deve essere costantemente aggiornata ed evolversi in parallelo ai mutamenti del mercato.

All’interno del nostro ordinamento, l’art. 44 della Costituzione italiana dispone che «al fine di conseguire il razionale sfruttamento del suolo e di stabilire equi rapporti sociali, la legge impone obblighi e vincoli alla proprietà terriera privata, fissa limiti alla sua estensione secondo le regioni e le zone agrarie, promuove ed impone la bonifica delle terre, la trasformazione del latifondo e la ricostituzione delle unità produttive; aiuta la piccola e media proprietà». Si tratta di una norma che specifica il più generale riconoscimento della libera iniziativa economica ai sensi dell’art. 41 della carta costituzionale, fissando specifici limiti e modalità d’esercizio per il settore agricolo.

Sotto un profilo definitorio strettamente civilistico ed utile ai fini commerciali, alla definizione fornita dall’art. 2083 del Codice Civile italiano – in base a cui è imprenditore «colui che esercita professionalmente un’attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o servizi» – se ne aggiunge una più specifica all’art. 2135, secondo la quale «­­­è imprenditore agricolo chi esercita una delle seguenti attività: coltivazione del fondo, selvicoltura, allevamento di animali e attività connesse».

L’imprenditore agricolo è sottoposto soltanto alla disciplina prevista per l’imprenditore in generale, essendo esonerato dall’applicazione delle norme previste per l’imprenditore commerciale che impongono la tenuta di scritture contabili, l’assoggettamento al fallimento ed alle altre procedure concorsuali.

Nonostante questa disciplina di favore, il ruolo che l’impresa agricola riveste, oggi, nel sistema economico italiano non è da considerarsi meno rilevante di quello rivestito dall’impresa commerciale, soprattutto con riferimento a un approccio al business nel rispetto dei criteri di sostenibilità ambientale, economica e sociale.

Il tema della sostenibilità a livello internazionale

Durante la prima conferenza ONU sull’ambiente nel 1992 venne per la prima volta utilizzato il termine sostenibilità con il quale si identificava “la condizione di un modello di sviluppo in grado di assicurare il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di realizzare i propri”.

A livello internazionale, nel 2015 i governi dei 193 Paesi che compongono l’ONU hanno sottoscritto un programma d’azione attraverso il quale si impegnano a perseguire i c.d. SDGs (Sustainable Development Goals) entro il 2030 per assicurare il benessere dell’umanità e del pianeta.

Si tratta di un vasto progetto che necessita della cooperazione tra le istituzioni e i vari operatori del mercato su scala nazionale e internazionale.

Nell’ambito della sostenibilità si differenziano tre macrocategorie che inglobano tematiche di diverso tipo:

  • sostenibilità ambientale: responsabilità nell’utilizzo delle risorse naturali;
  • sostenibilità economica: capacità di generare reddito e lavoro;
  • sostenibilità sociale: garanzia di sicurezza, salute, giustizia e ricchezza per la collettività.

La finalità è quella di assicurare un giusto equilibrio tra ambiente, economia e società per migliori condizioni di vita della collettività e delle generazioni future.

Ai fini dell’attuazione dell’Agenda 2030, la sostenibilità è diventata centrale anche nel mondo degli affari e della finanza. Ciò che oggi rileva nello studio del valore complessivo di un’impresa, oltre ai suoi risultati economici, è rappresentato dalle performance che essa riesce a perseguire nel rispetto degli specifici parametri ESG (Environmental, Social e di Governance, cioè ambientali, sociali e di gestione).

Dunque, nel momento in cui si analizza la solidità di un’azienda, vengono considerati le c.d. DNF (Dichiarazioni Non Finanziarie), cioè dei documenti che rendicontano gli impegni e risultati raggiunti dal management in termini di sostenibilità ambientale, sociale e di governance.

Ad esempio, si prenderanno in rassegna, dal punto di vista ambientale, le emissioni di anidride carbonica, l’attenzione al cambiamento climatico, alla sicurezza alimentare o alla biodiversità; in ambito sociale, si farà attenzione al rispetto dei diritti umani, alle politiche di gestione del personale, al welfare aziendale, alla parità di genere; infine, nell’analisi della governance, sarà valutata positivamente la presenza di consiglieri indipendenti, l’integrità morale, l’onestà personale e la correttezza nei rapporti interni ed esterni, o, ancora, la trasparenza nei confronti degli stakeholder.

Nell’ambito del progetto avviato nel 2014 dalle istituzioni europee per promuovere la Corporate Social Responsability (CSR), è stata adottata la Direttiva UE 2014/95 avente ad oggetto le “comunicazioni di informazioni di carattere non finanziario e di informazioni sulla diversità da parte di talune imprese e taluni gruppi di grandi dimensioni”, recepita, poi, in Italia con il D. Lgs. n. 254/2016. L’obiettivo della normativa è stato quello di introdurre un sistema che assicuri massima trasparenza e maggiore accessibilità alle misure prescrittive e sanzionatorie volte a rafforzare la responsabilizzazione delle imprese di grandi dimensioni.

Infine, proprio a partire dal 2020, la Commissione dell’UE insieme a Parlamento e Consiglio ha deciso di adottare una serie di misure di diversa natura – raggruppate sotto il nome di Green Deal europeo – che hanno lo scopo di condurre ad un progressivo azzeramento delle emissioni di gas serra entro il 2050. Saranno investiti miliardi di euro per rendere più sostenibili le produzioni, proteggere l’ambiente, sviluppare l’economia circolare, favorire lo sfruttamento di energie alternative e/o rinnovabili.

La sicurezza alimentare

Nel tentare di definire un sistema di agricoltura sostenibile occorre, dapprima, soffermarsi sul concetto di “sicurezza alimentare”. Esso può assumere diverse sfumature che, a differenza di quanto accade nella lingua italiana, appaiono maggiormente evidenti nelle due locuzioni inglesi di food security e food safety.

La food security si riferisce alla sicurezza dell’accesso al cibo e degli approvvigionamenti alimentari. Tale locuzione potrebbe, dunque, tradursi con quella di «sicurezza di avere cibo sufficiente» e nasce da un approccio di tipo quantitativo.

La food safety presuppone la security e può essere intesa in una duplice accezione: da un lato, come sicurezza igienico-sanitaria; dall’altro, come sicurezza informativa, diretta ad una adeguata e completa comunicazione al consumatore in merito alle caratteristiche dell’alimento e alle sue modalità o quantità di consumo.

L’accezione che più rileva con riferimento al tema della sostenibilità è quella di tipo quantitativo.

Negli anni è nato un dibattito sulla sicurezza alimentare che ha visto opporsi due correnti principali: la prima pone il problema in termini di insufficienza e inefficienza produttiva in agricoltura e lo risolve sostenendo che i Paesi più ricchi debbano impegnarsi ad aumentare la produzione non solo per rispondere alla domanda interna ma anche per soddisfare le esigenze dei Paesi più poveri in via di sviluppo; la seconda ritiene che il problema della mancanza di acceso al cibo sia riconducibile a dinamiche di distribuzione degli alimenti a livello globale e che, dunque, sia necessario un cambiamento dei modelli di consumo ed una valorizzazione delle produzioni indigene.

Sebbene siano numerosi i fattori da considerare e appaiano diverse tra loro le caratteristiche tipiche di alcuni Stati, la pianificazione territoriale, la creazione di infrastrutture logistiche, l’uso di strumenti politici pubblici emergono come strategie di primaria importanza per riconnettere i produttori ed i consumatori attorno ai valori e agli obiettivi della sicurezza e della sostenibilità alimentari.

In passato, ad esempio, la PAC aveva disposto l’attuazione del sistema dei prezzi garantiti per far fronte al fenomeno della food insecurity, intesa come scarsa disponibilità di alcune derrate alimentari. Questo sistema aveva assicurato una produzione costante e la stabilizzazione del mercato, illudendo le autorità di aver risolto il problema della sicurezza alimentare da un punto di vista quantitativo. Tutto ciò aveva, però, portato alla sovrapproduzione di alcuni beni con un evidente appesantimento per il bilancio comunitario. Gli interventi delle istituzioni europee per alleggerire l’ammontare delle passività in bilancio ed il tentativo di sviluppare, al contempo, una politica ecocompatibile rispettosa dell’ambiente avevano, tuttavia, riproposto la questione della food security.

In alcune circostanze, poi, l’aumento della domanda di fronte a un’offerta ridotta per il cattivo andamento di alcuni raccolti in Stati tradizionalmente esportatori ha causato l’esplosione dei prezzi di materie prime per l’alimentazione umana ed animale (ad es. i cereali) conducendo alla riduzione della quantità di tali prodotti e dei loro derivati e aprendo un interrogativo in merito alla sussistenza o meno di sufficienti scorte per alcuni popoli.

Da quanto emerso, nonostante si ritenesse ormai superato, quindi, il problema della food security resta, tutt’oggi, di rilevante attualità e strettamente connesso al tema della sostenibilità.

Un sistema di agricoltura sostenibile

Per agricoltura sostenibile si intende quel tipo di agricoltura che non mira solo a garantire la sicurezza alimentare, ma aiuta gli agricoltori a soddisfare le loro aspirazioni socio-economiche e culturali e a proteggere e conservare le risorse naturali per soddisfare le esigenze future.

La FAO (Food and Agriculture Organization) distingue 5 diversi obiettivi dell’agricoltura sostenibile:

  • aumentare la produttività, l’occupazione e il valore aggiunto nei sistemi alimentari: modificare le pratiche e i processi agricoli garantendo i rifornimenti alimentari e riducendo allo stesso tempo i consumi di acqua ed energia;
  • proteggere e migliorare le risorse naturali: favorire la conservazione dell’ambiente, riducendo l’inquinamento delle fonti idriche, la distruzione di habitat ed ecosistemi e il deterioramento dei suoli;
  • migliorare i mezzi di sussistenza e favorire una crescita economica inclusiva;
  • accrescere la resilienza di persone, comunità ed ecosistemi: trasformare i modelli produttivi in modo da minimizzare gli impatti che gli eventi estremi innescati dai cambiamenti climatici e la volatilità dei prezzi di mercato hanno sull’agricoltura;
  • adattare la governance alle nuove sfide: assicurare una cornice legale idonea a raggiungere un equilibrio fra settore pubblico e privato, assegnare incentivi e garantire equità e trasparenza.

Dal punto di vista della responsabilità sociale, la normativa internazionale ISO 26000 fornisce una guida per tutti i tipi di organizzazioni, indipendentemente dalle loro dimensioni, caratteristiche e localizzazioni. In particolare, per la filiera alimentare, la UNI ISO/TS 26030, marzo 2020, introduce sette principi di responsabilità sociale che devono guidare le scelte delle imprese: responsabilità di render conto (accountability), trasparenza, comportamento etico, rispetto degli interessi degli stakeholders, rispetto del principio di legalità, rispetto delle norme internazionali di comportamento, rispetto dei diritti umani.

Tuttavia, ciò che può maggiormente consentire all’agricoltura di evolversi nel rispetto dei principi di sostenibilità ambientale ed economica è l’innovazione tecnologica. Diffusa soprattutto nell’agricoltura di precisione attraverso l’utilizzo strumentazioni tecniche e all’avanguardia, essa consente di ottimizzare la produzione e minimizzare gli sprechi.

In Italia, in particolare, il tema dell’agro-sostenibilità ha trovato concreta attuazione attraverso vari progetti di agricoltura 4.0.

Alcuni casi pratici di agricoltura sostenibile

L’ANBI (Associazione Nazionale Bonifiche Irrigazioni Miglioramenti Fondiari) ha puntato su un sistema di irrigazione intelligente: Irriframe è un software che, incrociando vari parametri, valuta le condizioni metereologiche e del terreno ed invia delle informazioni all’agricoltore. In questo modo, è possibile risparmiare i consumi idrici, rendendosi contemporaneamente sia sostenibili dal punto di vista ambientale sia competitivi sul mercato.

Nel 2017 Bonifiche Ferraresi insieme ad Enel ha avviato il progetto Agricoltura Smart: pannelli solari, droni, veicoli elettrici per gli spostamenti nei campi, sensori e sistemi di controllo remoto sono solo alcuni dei mezzi innovativi adottati per lo sviluppo sostenibile dell’impresa.

Tra gli esempi di economia circolare vi è l’azienda agricola Chiesa Virginio di Mantova che ha sviluppato un macchinario che consente di trasformare le bucce di pomodoro in una bioresina naturale con cui fabbricare vernice per recipienti di latta e smalto per unghie. Orange Fiber, invece, è un’azienda italiana che ha depositato il brevetto per un tessuto ricavato dalla lavorazione degli agrumi con cui Ferragamo ha realizzato una collezione originale.

Nel supporto delle imprese del settore agroalimentare le associazioni e gli enti di rappresentanza sono i soggetti incaricati di farsi portavoce delle istanze di categoria e di dialogare con le istituzioni per ottenere sostegni a livello politico ed economico.

Dopo i 100 anni di associazionismo, le esigenze delle imprese agricole sono cambiate e Confagricoltura aggiorna costantemente la propria agenda di impegni e segue gli sviluppi del settore a livello globale. La confederazione dovrà, dapprima, promuovere un veloce processo di digitalizzazione e semplificazione burocratica per quanto concerne i servizi che fornisce ai propri soci, poi, a livello istituzionale, sottolineare, in sedi internazionali, l’importanza della PAC di fronte alle resistenze di alcuni Paesi del Nord Europa e promuovere politiche nazionali che valorizzino il ruolo economico, strategico e sociale del settore primario.

Da sottolineare, infine, il ruolo svolto da ENPAIA (Ente Nazionale di Previdenza per gli Addetti e per gli Impiegati in Agricoltura) che, divenuto fondazione privata nel 1994, si occupa di assistere i circa 40mila iscritti nel trattamento di fine rapporto, nella previdenza complementare e negli infortuni, erogando mutui ed avendo a disposizione un fondo sanitario. L’ente gestisce cospicue risorse finanziare ed ha un ruolo centrale per lo sviluppo del settore agricolo. Negli ultimi anni, si è impegnato, infatti, a supportare l’economia reale sostenibile. Ad esempio, ha aderito al trust di “finance for food” del gruppo Azimut che contribuisce allo sviluppo di piccole imprese dell’agroalimentare italiano ed ha investito in fondi – tra i quali Green Arrow Capital – che, a loro volta, investono in organizzazioni che si impegnano ad integrare le tematiche ambientali, sociali e di buona governance.

 

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