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Biodiversità europea: l’importanza di prevenire l’introduzione delle specie esotiche invasive

La Commissione europea invia un parere motivato a 15 Stati membri, tra cui lo Stivale. Due mesi per conformarsi al regolamento n. 1143/2014 atto a prevenire e gestire l'introduzione e la diffusione di specie esotiche invasive "di rilevanza unionale" o sarà rischio multa [...]
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Con il termine “specie esotiche invasive“, ci si riferisce ad animali e piante introdotti in un ambiente naturale in cui normalmente non si trovano in seguito ad un intervento umano, accidentale o intenzionale. In Europa rappresentano una delle una cinque principali cause di perdita di biodiversità, costituendo una grave minaccia per le specie autoctone, con danni stimati a 12 miliardi di euro l’anno per l’economia europea.

Il regolamento n. 1143/2014, entrato in vigore il 1º gennaio 2015, recante disposizioni volte a prevenire e gestire l’introduzione e la diffusione di specie esotiche invasive “di rilevanza unionale” (ora ne comprende 66 tra cui piante come il giacinto d’acqua e animali quali il calabrone asiatico o il procione), impone agli Stati membri di adottare misure efficaci per prevenire l’introduzione deliberata o accidentale nell’UE di tali specie; o, se le specie sono già ampiamente radicate, adottare misure per eradicarle, tenerle sotto controllo o impedire che si diffondano ulteriormente.

Visto che gran parte di esse sono introdotte accidentalmente nell’Unione, occorre dare priorità e trattare in modo più efficace i vettori di introduzione, sulla base di stime del volume delle specie e del loro impatto potenziale. Tra i vettori si annoverano organismi vivi trasportati nelle acque di zavorra e nei sedimenti delle navi, tramite la pesca sportiva o le attrezzature da pesca quando i pescatori viaggiano all’estero, o nei container utilizzati nel commercio internazionale; i parassiti di piante o legname commercializzati che passano inosservati ecc.

 

La procedura di infrazione per prevenire e gestire la diffusione delle specie esotiche invasive

Nonostante i progressi compiuti nell’assegnazione delle priorità, l’attuazione è in ritardo nella maggior parte degli Stati membri: finora solo 12 hanno elaborato, adottato e comunicato alla Commissione i piani d’azione per trattare i principali vettori d’introduzione delle specie esotiche invasive. Eppure, la Commissione offre sostegno costante agli Stati membri affinché applichino correttamente le normative vigenti, esercitando i suoi poteri di contrasto ove necessario, in un’azione fondamentale per tutelare la natura nell’UE.

La Commissione ha così avviato una procedura formale di infrazione nei confronti di 15 Stati membri (Belgio, Bulgaria, Cechia, Cipro, Francia, Grecia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Polonia, Portogallo, Romania, Slovacchia e Slovenia) tra cui l’Italia che non hanno osservato le misure previste dal regolamento n. 1143/2014 per far fronte alle “specie esotiche invasive di rilevanza unionale” più pericolose, ossia quelle che causano all’ambiente e alla salute danni tali da giustificare l’adozione di misure applicabili a livello unionale.

Nel giugno 2021 ha inviato lettere di costituzione in mora e poiché le risposte ricevute dai 15 Stati membri sopra indicati non sono state soddisfacenti, ha deciso di inviare pareri motivati, vale a dire una richiesta formale di conformarsi al diritto dell’Unione in cui spiega perché ritiene che il paese violi il diritto dell’UE. I paesi in questione dispongono di due mesi per rispondere e adottare le misure necessarie, trascorsi i quali la Commissione potrà deferire i casi alla Corte di giustizia.

L’azione preventiva oggetto della procedura di infrazione è un investimento essenziale in quanto è molto più efficace e meno costoso prevenire l’introduzione di specie invasive che affrontare e mitigare i danni della loro diffusione. Sia il Green Deal europeo che la strategia europea sulla biodiversità per il 2030 sottolineano l’importanza che l’UE indirizzi la natura su un percorso di ripresa entro il 2030 grazie ad una migliore tutela e al ripristino di ecosistemi sani.

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Ripristinare l’ambiente naturale: verso una proposta legislativa

Nell’ambiente europeo vi sono almeno 12.000 specie esotiche, il 10-15 % delle quali è invasivo. Le specie esotiche invasive possono provocare l’estinzione locale di specie indigene a causa della concorrenza su risorse limitate quali cibo e habitat, dell’interriproduzione o della diffusione di malattie. Possono alterare il funzionamento di interi ecosistemi compromettendone la capacità di fornire servizi preziosi, come l’impollinazione, la regolazione delle acque o il controllo delle inondazioni. Il calabrone asiatico, ad esempio, introdotto accidentalmente in Europa nel 2005, è predatore di api mellifere autoctone, riduce la biodiversità locale degli insetti autoctoni e in generale, incide sui servizi di impollinazione.

Le specie esotiche invasive hanno spesso un impatto economico significativo nella misura in cui riducono i rendimenti dell’agricoltura, della silvicoltura e della pesca: alla noce di mare (Mnemiopsis leidyi), introdotta accidentalmente nel Mar Nero, è imputata la drastica diminuzione di almeno 26 stock ittici commerciali del Mar Nero, tra cui acciughe e sgombri. Le specie invasive possono danneggiare le infrastrutture, ostacolare il trasporto o ridurre la disponibilità di acqua bloccando le vie navigabili o ostruendo le tubazioni delle acque industriali.

Non da ultimo, possono rappresentare un problema serio per la salute umana: provocano gravi allergie e irritazioni cutanee (come le ustioni causate dal panace gigante, Heracleum mantegazzianum) e fungono da vettori di pericolosi agenti patogeni e malattie (i procioni trasmettono malattie agli animali e agli esseri umani).

Nel quadro dell’ambizioso obiettivo di proteggere e ripristinare ecosistemi sani stabilito nella strategia europea sulla biodiversità per il 2030, nei prossimi mesi la Commissione presenterà una proposta legislativa completa con obiettivi vincolanti sul ripristino dell’ambiente naturale. La nuova proposta si basa sulle direttive Habitat, che dal 1992 assicurano la conservazione degli habitat naturali, della fauna e della flora selvatiche nell’UE tenendo conto delle esigenze economiche, sociali, culturali e regionali, e intende rendere l’ambiente più resiliente e proficuo grazie al ripristino di numerosi ecosistemi, anche marini, entro il 2050 con obiettivi a medio termine entro il 2030. Avrà anche un impatto positivo sul clima in quanto inciderà in via prioritaria sugli ecosistemi particolarmente degradati con il maggiore potenziale di cattura e stoccaggio del carbonio.

 

 

Immagine fornita da Shutterstock

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