Giornata della Terra

Earth Day 2022: agricoltura rigenerativa e food responsibility per la trasformazione dell’agrifood

L'evento si tiene ogni anno il 22 aprile per celebrare la salvaguardia del pianeta, in una manifestazione internazionale che coinvolge 192 Paesi e, in media, circa un miliardo di persone: per proteggere la terra e i cittadini che ci vivono, l’Italia deve difendere il patrimonio agricolo e la disponibilità di terra fertile puntando sulle tecniche di agricoltura rigenerativa e sulla filosofia della food responsibility [...]
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Il rapporto travagliato tra agricoltura, alimentazione e ambiente è più che mai attuale. Il settore agricolo vive una doppia dimensione: da una parte è un settore caratterizzato da uno smisurato consumo di risorse e da un più che rilevante impatto ambientale; allo stesso tempo, è anche il settore che più soffre per le conseguenze dei cambiamenti climatici e per la progressiva riduzione delle risorse disponibili.

Davanti a questa contraddizione, il settore primario è alla ricerca di un nuovo equilibrio e certamente non basta portare efficienza e innovazione restando aggrappati ad un modello che mostra limiti sempre più importanti in termini di sostenibilità. Per cambiare modello, in un settore che ha come punto di riferimento in larghissima misura la nostra alimentazione, occorre mettere al centro di questa trasformazione il tema di una innovazione nelle abitudini alimentari.

Accelerare la transizione verso sistemi agroalimentari più resilienti e sostenibili è una richiesta che diventa ancora più urgente con l’esacerbarsi delle crisi climatica e della biodiversità, con le ripercussioni del Covid-19 e della guerra in Ucraina; tanto che la Commissione europea ha presentato recentemente una serie di azioni a breve e medio termine al fine di migliorare la sicurezza alimentare globale e sostenere gli agricoltori e i consumatori nell’UE.

La priorità è “Investire nel nostro pianeta” come recita lo slogan della 52° edizione dell’Earth Day (che si celebra ogni anno in tutto il mondo il 22 aprile) nella sua bellezza e nelle sue risorse, per coinvolgere tutti, governi, cittadini e imprese a fare la propria parte nella cura del suo stato di salute. Perché il benessere dell’umanità intera dipende dalla nostra capacità di tornare in equilibrio con il capitale naturale che la Terra è in grado di mettere a disposizione. Solo così potremo godere ancora a lungo dei servizi ecosistemici fondamentali per la nostra sopravvivenza.

La necessità di trasformare i sistemi agroalimentari

Dobbiamo agire ora per tutelare pianeta, economia e generazioni future”: sono le parole pronunciate dal premier Draghi durante l’ultimo G20. L’urgenza della situazione ambientale e climatica ha fatto sì che l’8 febbraio 2022 il Parlamento italiano abbia inserito nella nostra Costituzione  la tutela ambientale e il principio di giustizia intergenerazionale a protezione di ambiente, biodiversità ed ecosistemi, quindi non solo maggiori istanze a favore di fauna e flora, ma anche nei confronti dei rifugiati climatici e di tutte quelle problematiche che mettono a rischio lo sviluppo sostenibile del nostro paese e del Pianeta.

Lo scorso anno in pochi mesi, con la Carta di Firenze dell’agricoltura sostenibile e COP26, ci siamo resi conto di quanto sia importante il contributo che l’agricoltura può dare al raggiungimento di obiettivi di sostenibilità, sia in forma diretta con una ottimizzazione delle risorse necessarie alla produzione, sia in forma indiretta indirizzando i consumi.  

In questo scenario, la sostenibilità appare come un obiettivo che si deve raggiungere aumentando la capacità produttiva, migliorando la sicurezza, offrendo garanzie e certificazioni di una maggiore qualità. Per questo, l’approccio all’agrifood deve unire la capacità di rispondere alle emergenze ambientali e grazie al digitale, costruire un rapporto più responsabile verso l’utilizzo di tutte le risorse necessarie alla produzione sia quelle che hanno un impatto diretto sia quelle che attengono al consumo, avendo la capacità ad esempio di ridurre e azzerare lo spreco alimentare. 

 

Le origini della manifestazione e della promozione di una coscienza ambientale

La Giornata della Terra è una delle più grandi manifestazioni ambientaliste per la salvaguardia del pianeta, occasione fondamentale per ribadire l’importanza di preservare gli equilibri ecologici e allo stesso tempo, sensibilizzare su tematiche di sostenibilità e rispetto dell’ambiente.  Nata nel 1970 con l’obiettivo di portare all’attenzione dell’opinione pubblica e dei governi l’importanza della conservazione ambientale, l’evento coinvolge ormai 192 Paesi e, in media, circa 1 miliardo di persone in tutto il mondo.

L’idea di istituzionalizzare una giornata dedicata alla “salvaguardia del pianeta” inizia a circolare già all’inizio degli anni Sessanta del Novecento. Ad un anno di distanza dal disastro ambientale di Santa Barbara, in California, causato dalla fuoriuscita di petrolio dal pozzo della Union Oil, 20 milioni di cittadini americani si mobilitano il 22 aprile del 1970, per una manifestazione a difesa del pianeta. I gruppi ambientalisti che fino a quel momento avevano combattuto battaglie singolarmente – dalla lotta all’inquinamento da combustibili fossili a quello da rifiuti tossici o pesticidi – decidono di condividere le loro battaglie. Sono migliaia anche gli studenti di college e università che organizzano proteste contro il degrado ambientale.

Da allora, il 22 aprile è stato individuato come simbolo del movimento, diventando il giorno prescelto per celebrare l’Earth Day. Negli anni, la manifestazione ha contribuito all’affermazione della cosiddetta “Green generation“, che punta a un futuro libero da combustibili fossili in cui si investa sulle fonti rinnovabili, alla responsabilizzazione individuale verso un consumo sostenibile e allo sviluppo della green economy.

Dal 2007 Earth Day Italia –  sede italiana ed europea dell’Earth Day Network di Washington, l’ONG internazionale che promuove la Giornata Mondiale della Terra delle Nazioni Unite – celebra questa importante giornata anche nel Bel Paese e lavora per promuovere la formazione di una nuova coscienza ambientale attraverso una sempre più estesa rete di dialogo tra i tanti soggetti che, a vario titolo, si occupano della salvaguardia del Pianeta.

 

2022: il quinto anno più caldo di sempre

Pianeta che quest’anno, come comunica Coldiretti rispetto al primo trimestre 2022 della banca dati Noaa (National Climatic Data Centre), “festeggia” il quinto posto in classifica tra i più caldi mai registrati con la temperatura sulla superficie della terra e degli oceani, addirittura superiore di 0,88 gradi rispetto alla media del ventesimo secolo. E’ quanto emerge dall’analisi della Coldiretti sulla base delle elaborazioni dei nuovi dati relativi al primo trimestre 2022 che registra le temperature mondiali dal 1880.

La situazione è preoccupante anche in Italia dove la temperatura è stata più alta di +0,07 gradi e si colloca al diciottesimo posto a livello nazionale dal 1800, secondo l’analisi Coldiretti sulla base dei dati Isac Cnr relativi ai primi tre mesi dell’anno che evidenziano peraltro che al nord l’anomalia è stata di ben +0,59 gradi accompagnata peraltro da una grave siccità.

Il cambiamento climatico si è manifestato con una evidente tendenza alla tropicalizzazione, e quindi, con una più elevata frequenza di eventi violenti, sfasamenti stagionali, precipitazioni brevi ed intense ed il rapido passaggio dal sole al maltempo, con sbalzi termici significativi. Il ripetersi di eventi estremi sono costati all’agricoltura italiana oltre 14 miliardi di euro in un decennio tra perdite della produzione agricola nazionale e danni alle strutture e alle infrastrutture nelle campagne.

 

Agricoltura, alimentazione e ambiente: un rapporto da sanare per salvare il pianeta

Oggi l’agricoltura contribuisce per una percentuale prossima al 20% alla produzione di CO2: purtroppo, uso di fertilizzanti ricavati da fonti fossili, combustione di biomasse e deforestazione hanno aumentato la loro incidenza nel corso dell’ultimo decennio, proprio per sostenere lo sviluppo di una produzione che ha le necessità di crescere costantemente. Se poi si guarda al consumo di acqua, secondo i dati della Fondazione Barilla Center for Food & Nutrition, il 90% delle risorse idriche nel mondo vengono consumate da allevamenti, coltivazioni e centri di produzione di alimenti trasformati; da sola, l’agricoltura “beve” il 70% dell’acqua. Inoltre, dati Istat del 2021 rilevano che l’Italia detiene da ormai più di vent’anni nell’Ue27, il primato del volume di acqua dolce (9,2 miliardi di metri cubi) complessivamente prelevata per uso potabile da corpi idrici superficiali o sotterranei.

Pratiche agricole intensive e uso di pesticidi chimici si sommano all’ingresso di specie esotiche invasive, malattie e parassiti, e agli effetti del cambiamento climatico: fenomeni colpevoli del drammatico declino degli impollinatori, che in realtà sono di fondamentale importanza per la nostra produzione alimentare globale e la sicurezza nutrizionale, visto che contribuiscono con più di 235 miliardi di dollari alla produzione alimentare globale ogni anno. Il 40% delle specie di impollinatori – come le api e altri insetti volanti come la farfalla monarca – stanno affrontando l’estinzione in tutto il mondo; e negli ultimi tre decenni, c’è stata una perdita del 76% di biomassa di insetti volanti. Senza gli impollinatori, molti degli alimenti da cui dipendiamo diventerebbero scarsi, mettendo a rischio la vita sul nostro pianeta.

Ancora, secondo un’analisi Coldiretti, nello spazio di una sola generazione (25 anni) l’Italia ha perso più di un terreno agricolo su quattro seguendo un modello di sviluppo sbagliato che ha causato la scomparsa del 28% delle campagne che garantiscono la sicurezza ambientale e alimentare. Un problema grave per un Paese come l’Italia che deve ancora colmare il pesante deficit produttivo in molti settori: dalla carne al latte, dai cereali fino alle colture proteiche necessarie per l’alimentazione degli animali negli allevamenti. Difficoltà accentuata dai pesanti effetti della guerra in Ucraina sulle forniture alimentari con l’impennata dei costi delle materie prime e dell’energia, che si somma ai problemi che già da diverso tempo ostacolano trasporti e logistica. Come rileva, in riferimento al quarto trimestre 2021, il Report Agrimercati di Ismea.

Sempre Coldiretti sottolinea che la sparizione di terra fertile non pesa solo sugli approvvigionamenti alimentari: dal 2012 ad oggi il suolo sepolto sotto asfalto e cemento non ha potuto garantire l’assorbimento di oltre 360 milioni di metri cubi di acqua piovana che ora scorrono in superficie, aumentando la pericolosità idraulica dei territori con danni e vittime. Una situazione aggravata dai cambiamenti climatici con quasi 6 eventi estremi al giorno nell’ultimo anno tra precipitazioni violente e lunghi periodi di siccità nella Penisola dove oggi il 91,3% dei comuni è a rischio idrogeologico, secondo l’analisi Coldiretti su dati Ispra.

Ma non serve lanciare segnali di allarme, parlare di catastrofi più o meno imminenti se non si propongono alternative, men che meno serve far finta di niente, pensare inconsapevolmente che le risorse siano infinite e che si possa procedere come nel passato. Dobbiamo agire (coraggiosamente), innovare (in generale) e implementare (equamente). Ciò richiederà un’azione a tutti i livelli, dalle imprese e dagli investimenti al governo cittadino e nazionale, una partnership per il pianeta. 

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Inoltre, la sfida che abbiamo davanti non può fermarsi al solo settore dell’agricoltura, bensì deve prevedere un vero ripensamento della food chain agroalimentare a partire naturalmente dal tema più importante e urgente che attiene alla lotta allo spreco alimentare che vede oggi una cifra pari a 1,3 miliardi di tonnellate di cibo pari un terzo del cibo commestibile finire sprecato, creando a sua volta un ulteriore danno in termini di produzione di gas serra e di consumo di acqua per il suo smaltimento. 

 

Agricoltura rigenerativa, componente critica per restituire salute e vitalità al suolo

Non possiamo fare a meno del suolo. Sembra una considerazione “scontata”, ovvia, quasi banale. Eppure, ogni 5 secondi uno spazio grande come un campo da calcio perde la sua vitalità a causa dell’erosione; il 33% del terreno del nostro pianeta ha subito i contraccolpi di un degrado e di uno sfruttamento che lo ha impoverito rendendolo improduttivo. Se continuiamo così, tra 60 anni ci troveremo senza suolo, ovvero senza un terreno adeguato per il nostro sostentamento.

Il paradosso è che con i tassi di crescita attuali in termini di fabbisogno alimentare, avremmo bisogno di un trend di segno opposto, ovvero avremmo bisogno di veder crescere il suolo fertile più adatto all’agricoltura. E se pensiamo che il 95% della produzione di cibo arriva dal terreno c’è poco da scherzare. Per nutrire una popolazione in crescita, limitare i cambiamenti climatici e le condizioni meteorologiche estreme e fermare il declino della biodiversità, dobbiamo rigenerare i terreni agricoli in tutto il pianeta.

L’agricoltura rigenerativa contrasta i cambiamenti climatici e promuove la sicurezza alimentare ripristinando il suolo, la materia organica e la biodiversità, aumentando la capacità di ridurre, ma anche di rimuovere le emissioni di carbonio atmosferico. È un approccio olistico basato sulla natura in evoluzione che migliora il suolo, la produzione alimentare e i redditi degli agricoltori. I terreni robusti e i diversi ecosistemi, – irrobustiti da queste pratiche – , producono più prodotti di alta qualità e ricchi di nutrienti rispetto all’agricoltura convenzionale, promuovendo fattorie fruttuose, comunità sane ed economie fiorenti.

Diverse strategie rispettose della terra rientrano nel concetto di agricoltura rigenerativa. La lavorazione del terreno con parsimonia riduce al minimo le sue emissioni di carbonio e ne preserva il contenuto organico. L’uso di colture di copertura e la rotazione delle colture consente di tenere sotto controllo l’erosione dei suoli. La decomposizione di materiali organici come gli scarti vegetali attraverso il compostaggio rende i terreni più produttivi.

L’applicazione di biochar – carbone ricavato da rifiuti agricoli o forestali – aggiunge sostanze nutritive e acqua; migliora il sequestro del carbonio a lungo termine e i processi microbici; riduce l’acidità, le emissioni di protossido di azoto, l’uso di fertilizzanti ad alta intensità di gas serra e l’inquinamento delle acque; e può anche sostenere progetti di termovalorizzazione pulita.

Piantare piante perenni, colture che crescono durante tutto l’anno – a differenza della maggior parte dei cereali che consumiamo – riduce anche la dipendenza da fertilizzanti e pesticidi nocivi. L’agroforestazione, che coltiva colture accanto agli alberi per emulare gli ecosistemi naturali, conserva più carbonio nel suolo rispetto ad altre forme di agricoltura e mitiga la deforestazione.

 

Agroforestazione e Carbon farming per rimuovere le emissioni di CO2 dall’atmosfera

Ed è proprio per mitigare la deforestazione che, in occasione della Giornata Mondiale della Terra, Axitea, che opera come Global Security Provider sul mercato italiano e internazionale, ha annunciato una collaborazione con Treedom, la nota piattaforma che permette di piantare un albero a distanza e seguirne la storia online. Ogni albero su Treedom è geolocalizzato, fotografato al momento della piantumazione e ha la sua pagina online, il che rende possibile ricevere notizie sul progetto agroforestale di cui fa parte.

L’accordo siglato tra le due realtà prevede che vengano piantati nella Foresta Axitea 1.000 alberi all’anno, con l’intenzione di raggiungere le 5.000 unità entro il 2026. Si tratta di alberi da frutto e forestali inseriti all’interno di progetti agroforestali in Africa e America Latina, che apporteranno benefici di tipo ambientale, ma anche sociali ed economici alle comunità locali convolte. Grazie a questo innovativo modello di social business, Treedom fa parte dal 2014 delle Certified B Corporations, il network di imprese che si contraddistinguono per elevate performance ambientali e sociali.

Sempre per la Giornata Mondiale della Terra, una campagna di sensibilizzazione sui social invita gli utenti a realizzare e raccontare – con parole, foto o video – piccoli gesti quotidiani che fanno la differenza. Le azioni, postate su Instagram taggando @flowe.ita e @zeroco2.eco con l’hashtag #gestisostenibili oppure caricate sulla landing www.flowe.com/revolution-2022, verranno raccolte e contate: per ogni azione registrata Flowe, grazie a zeroCO2, pianterà un albero in Guatemala (fino a un massimo di 5.000 alberi), una grande azione di riforestazione che prosegue ormai fin dalla nascita della società benefit.

Con il Carbon Farming, si può andare anche oltre: lo dimostra la Rabo Carbon Bank che non mira solo a migliorare il suolo, i raccolti e la biodiversità degli agricoltori, ma anche a creare un flusso di entrate aggiuntivo attraverso progetti volontari che generano crediti di carbonio basati sulla natura, guidando gli schemi di riduzione e compensazione delle imprese che hanno sottoscritto l’accordo. In pratica, Rabo Carbon Bank collega le aziende che cercano di soddisfare gli impegni net-zero e compensare le emissioni inevitabili con gli agricoltori che possono prendere parte alla climate action, immagazzinando carbonio negli alberi, nelle colture e nei terreni.

Con tali metodi riparativi di agricoltura che si diffondono in tutto il mondo, Project Drawdown prevede che l’agricoltura rigenerativa si espanderà di dieci volte per coprire un miliardo di acri entro il 2050. Ciò rimuoverebbe 23 gigatonnellate di anidride carbonica dall’atmosfera. Ma indipendentemente dai numeri esatti, dobbiamo adottare questa modalità responsabile di agricoltura come parte del passaggio a un approvvigionamento alimentare globale sostenibile che allevia il cambiamento climatico, la distruzione ecologica e la malnutrizione. La nostra sopravvivenza dipende da questo.

 

Come ridurre il proprio impatto ecologico: Zordan guida le aziende

La contemporanea crescita della popolazione e dei consumi pro capite ci sta conducendo verso uno scenario che non è più sostenibile. E’ evidentemente sempre più necessario stabilire un rapporto più consapevole e responsabile verso il ruolo del cibo nell’evoluzione della nostra cultura e della nostra società, avendo ben chiaro che le nostre scelte in merito al cibo che portiamo in tavola sono scelte che impattano in modo più o meno rilevante sull’ambiente.

Quale che sia il punto di relazione con il cibo – produttori, trasformatori, distributori, consumatori – in ogni caso è fondamentale assumere un atteggiamento più responsabile per indirizzare produzione, distribuzione e consumo verso logiche di sostenibilità. Sempre e comunque nel rispetto di logiche di business che si stanno già muovendo nella direzione di far leva sulla necessità di avere un rapporto più responsabile con le risorse.

In occasione della Giornata Mondiale della Terra, Zordan, punto di riferimento nel settore dello shopfitting sostenibile che realizza arredi e spazi espositivi sostenibili per i maggiori brand del fashion e del lusso, ha presentato una guida sui comportamenti e le buone pratiche che le imprese di oggi sono incoraggiate ad adottare per ridurre il proprio impatto sull’ambiente. L’azienda è stata riconosciuta Società Benefit e certificata B Corp nel 2016 poiché ha integrato nel proprio oggetto sociale, oltre agli obiettivi di profitto, lo scopo di avere un impatto positivo su persone e pianeta.

Dal punto di vista della mission aziendale, è fondamentale sviluppare la consapevolezza che l’ambiente (sia naturale che sociale) costituisce uno, se non il più importante, degli stakeholders dell’azienda. Per considerarsi “a prova di futuro”, non basta eliminare le pratiche che influiscono negativamente sull’ambiente, ma è necessario impegnarsi a produrre un impatto positivo su tutti i portatori di interesse: ambiente, persone (collaboratori), comunità locale, clienti.

Per fare questo, Zordan suggerisce anzitutto di valutare e pianificare ogni decisione tenendo in considerazione i bisogni delle generazioni future e del territorio e quindi le conseguenze che genereranno su un orizzonte di lungo termine; e poi, di monitorare e misurare accuratamente le operazioni, quotidiane di produzione e non, allo scopo di misurarne l’impatto ambientale e comprendere come ridurre i consumi e le emissioni che ne derivano.

In ottica di “economia circolare“, il consiglio è quello di allungare il ciclo di vita dei propri prodotti e quindi, la sequenza di fasi che un prodotto attraversa: dalla progettazione – che include la scelta dei materiali da utilizzare – passando per la produzione, distribuzione, uso e riuso, fino allo smaltimento finale. Il prodotto deve essere creato per essere ripristinato, mantenendo il suo valore e quello dei suoi materiali il più a lungo possibile in modo da poterli reinserire nell’economia alla fine del ciclo di vita.

Economia circolare significa “riciclare” e quindi utilizzare nuovamente materiali di scarto o di rifiuto di precedenti processi produttivi, trasformandoli in “materie prime seconde” e dando loro una seconda vita; ma anche riutilizzare, nel senso di non terminare il ciclo di vita di un prodotto, bensì riutilizzarlo più volte, cambiando anche la sua finalità di partenza. A riprova del suo impegno nella gestione del proprio impatto ambientale, Zordan nel 2021 ha riciclato il 95% dei rifiuti prodotti.

Importantissimo per Zordan è anche approvvigionarsi da fonti energetiche sostenibili, questione al centro della discussione odierna, che impone di accelerare la transizione verso l’utilizzo di energie rinnovabili e misurare oggettivamente le emissioni, sia quelle prodotte dai propri processi, sia quelle necessarie per la produzione dei propri prodotti o servizi.

Misurare l’impatto ambientale aiuta a ridurre i consumi e le emissioni che ne derivano

Una precisa misurazione delle emissioni in ciascuna fase della catena del valore permette di identificare un piano di lavoro per la riduzione e la compensazione delle stesse. Nel 2021 Zordan ha sviluppato un tool per affiancare i clienti nella riduzione dell’impatto (in termini di emissioni) degli arredi in punto vendita. Il sistema di calcolo della CFP (Carbon Footprint of Product) analizza, attraverso la metodologia del Life Cycle Assessment, le emissioni generate per la produzione degli arredi dal sourcing delle materie prime al fine vita. Grazie a questo strumento, che agisce come un moltiplicatore di sostenibilità, Zordan è in grado di accompagnare i propri clienti nella realizzazione di punti vendita a basso impatto ottenendo un beneficio di larga scala.

Alfredo Zordan, Direttore Commerciale di Zordan

“Le aziende, più delle istituzioni, hanno il potere e la possibilità di modificare in modo più reattivo il proprio comportamento, e di conseguenza il proprio impatto sull’ambiente circostante”, ha commentato Alfredo Zordan, Direttore Commerciale di Zordan “Sulla base di questa consapevolezza tutti noi siamo tenuti a diventare parte della soluzione, partendo per esempio, dalla misurazione della CO2 emessa dalle nostre attività. Noi di Zordan ci impegniamo tutti i giorni a trasferire il nostro sistema di business a clienti e partner con l’obiettivo di diffondere e divulgare un modo di fare impresa che tuteli l’ambiente”.

Sulla stessa linea, Dassault Systèmes promuove l’innovazione sostenibile integrando a monte i principi dell’ecodesign. Sustainable Innovation Intelligence” è la nuova soluzione di Life Cycle Assessment (LCA) che combina la tecnologia dei gemelli virtuali e delle capacità di valutazione del ciclo di vita offrendo nuovi modi per impostare i requisiti di sostenibilità sin dall’inizio e misurare il grado di sostenibilità delle decisioni prima di implementarle.

Food print: la responsabilità verso il cibo è anche responsabilità nell’uso della terra

Spesso si tende ad allontanarsi, anche inconsciamente, dalle proprie responsabilità ambientali, attribuendo a qualcun altro, di esterno e più grande, il fardello del cambiamento. Questo è però un grave errore; attivare il cambiamento è prima di tutto una responsabilità individuale. Tutti noi dobbiamo prendere coscienza dell’importanza delle nostre scelte quotidiane, che possono influenzare progressivamente lo sviluppo, la crescita e il benessere dell’intera collettività. Ognuno di noi può determinare un impatto positivo e duraturo sull’umanità e sul pianeta.

Una produzione e un consumo di cibo più sostenibili si devono confrontare anche con l’atteggiamento e la disponibilità al cambiamento da parte dei consumatori. Ed è da qui che si deve partire per realizzare un’agricoltura sostenibile. Ci sono molti modi per calcolare un foodprint. Qualunque si scelga, i calcolatori di foodprint possono aiutare a capire quanto le nostre scelte alimentari abbiano un impatto sul pianeta.

  • BBC Climate Change Food Calculator mostra come l’assunzione di cibo si confronta con le emissioni di guida, riscaldamento di una casa e consumo di acqua.
  • Eat Lower Carbon confronta l’impronta alimentare in carbonio di diversi pasti e mette alla prova le conoscenze sugli alimenti comuni.
  • Food Carbon Emissions Calculator fornisce un approccio completo al calcolo della impronta alimentare, tenendo conto del trasporto, dei rifiuti e della quantità acquistata.
  • FoodPrint ha un quiz divertente e facile che aiuta a capire meglio il concetto di foodprint e mostra quanto si sta facendo di positivo.
  • Il quiz del New York Times consente di scegliere pasti e bevande comuni per vedere come la impronta alimentare a carbone si confronta con gli altri.
  • The Meat Calculator mostra quanta acqua e anidride carbonica si risparmia riducendo il consumo di carne; mostra anche il numero approssimativo di animali che potrebbero vivere da questa riduzione.

 

L’importanza della Food Responsibility per ridurre gli sprechi lungo le supply chain

Come individui, abbiamo il potere semplice ma efficace di far sentire la nostra voce attraverso le nostre scelte, le nostre azioni civiche e le nostre interazioni personali. Ciò che ognuno di noi fa, e come lo facciamo, ha un enorme effetto a catena sui nostri ecosistemi e sul ritmo dell’azione aziendale e governativa. Abbiamo il potere di fare pressione e sostenere le imprese che adottano misure attive per proteggere il nostro ambiente attraverso le loro pratiche e investimenti rispettosi del clima, e combattere contro quelle che non lo fanno.

Per inciso, ci sono sempre maggiori dimostrazioni che la responsibility applicata alla supply chain food fa bene anche al business, non significa rinunciare in senso assoluto, ma al contrario vuol dire utilizzare e consumare le risorse che ci possiamo permettere di utilizzare, in modo consapevole. E soprattutto vuol dire tendere all’obiettivo oggi più doveroso e responsabile, ovvero all’azzeramento degli sprechi o Zero Food Waste.

Ogni anno in Italia vengono sprecate oltre 5 milioni di tonnellate di cibo, circa 85 chilogrammi pro capite, pari al 15,4 % dei consumi alimentari totali con un costo di 12,6 miliardi di euro e oltre 24,5 milioni di tonnellate di carbonio emesse. In Europa lo spreco arriva a 90 milioni di tonnellate, ovvero 180 kg a persona all’anno, ma anche a livello mondiale i numeri sono allarmanti: il 17% del cibo a disposizione dei consumatori si perde o si spreca, con un costo di mille miliardi di dollari l’anno (dati FAO).

Rendere il sistema alimentare più circolare e sostenibile è la sfida di ENEA contro lo spreco alimentare che nello specifico si realizza, oltre alla raccolta e analisi di buone pratiche, anche con l’impegno nella ricerca e nell’innovazione. L’Agenzia è impegnata nello sviluppo di nuove metodologie e tecniche agronomiche per ridurre i costi di produzione e il consumo delle risorse naturali, ma anche di tecnologie innovative per il monitoraggio della filiera di produzione, l’aumento della shelf-life, il controllo della qualità igienico-sanitaria, il valore nutrizionale e gli effetti sulla salute.

Dal Rapporto “L’economia circolare nelle filiere industriali: i casi Costruzione&Demolizione (C&D) e Agrifood” della Piattaforma italiana degli attori per l’economia circolare (ICESP) coordinata da ENEA sono emerse 10 buone pratiche per ridurre lo spreco di cibo. Al primo posto compare la cara vecchia lista della spesa, per evitare acquisti extra, al secondo il controllo della scadenza dei prodotti, pensando a quando utilizzarli. E ancora, scegliere prodotti che riportano informazioni su tecnologie o ingredienti che aiutano a limitare lo spreco alimentare e più attenzione al destino della confezione a fine vita in modo da ridurre la quantità di indifferenziata nell‘immondizia. Fra i suggerimenti anche l’acquisto di prodotti bio e l’inventare nuove pietanze utilizzando gli avanzi di cucina, con fantasia e creatività.

 

Come contrastare gli sprechi alimentari dopo le feste

Sono molte le componenti che contribuiscono allo spreco del cibo prodotto, ma nei paesi ricchi i principali responsabili di queste perdite si collocano alla fine della filiera, nei negozi, nelle mense e nelle case.

#ComeUnaPasqua è la nuova campagna di Too Good To Go –  l’app n.1 contro gli sprechi alimentari – per evitare che i prodotti di Pasqua invenduti vengano sprecati: sull’app si trovano Magic Box speciali (disponibile dal 20 aprile fino a fine mese e/o ad esaurimento invenduti) per offrire un’ultima possibilità ai cibi pasquali ancora ottimi ma destinati ad essere gettati.

Con la partecipazione dell’AMPI (Accademia Maestri Pasticceri Italiani) e di più di 200 esercenti commerciali in tutta Italia, l’obiettivo è quello di salvare 1000 kg di cibo. Uno spreco non solo in termini di cibo, ma anche delle risorse impiegate per la produzione, il confezionamento, il trasporto e la distribuzione: un aspetto da ricordare con attenzione proprio in occasione della Giornata Mondiale della Terra.

Grazie a questa campagna, è possibile non solo salvare cibo che altrimenti andrebbe sprecato, ma anche evitare l’emissione di 2.5 kg di CO2e per ogni box salvata (calcolo su base del metodo individuato dalla FAO 1kg di cibo=2.5kg di CO2e emesse nell’atmosfera) e generare un risparmio di un terzo sul valore commerciale dei prodotti: salvaguardare risorse e valore economico è quanto mai importante in questi mesi di incertezza e condizioni non ottimali per produzione e distribuzione.

Inoltre, più di 200 esercenti commerciali tra pasticcerie, alimentari e forni in tutta Italia partecipano all’azione, con un focus particolare su Milano, Napoli, Roma, Torino e Palermo. Non mancano i grandi player, come Carrefour e Eataly, che mettono a disposizione le box speciali di Pasqua nei loro punti vendita su tutto il territorio nazionale.

“Gli sprechi alimentari di prodotti legati alle festività sono un problema che affligge molti esercenti e aziende dell’agro-alimentare: mettere a disposizione uno strumento come Too Good To Go per evitarli e allo stesso tempo sensibilizzare i consumatori sull’argomento, è per noi di fondamentale importanza. Un aspetto da non trascurare è (anche) quello del risparmio economico per cittadini e famiglie” ha spiegato Eugenio Sapora, Country Manager Italia di Too Good To Go che, presente in 15 Paesi d’Europa, negli Stati Uniti e in Canada con 55 milioni di utenti, più di 112mila negozi aderenti e 125 milioni di Magic Box vendute, ha permesso ad oggi di evitare l’emissione di 312 milioni e mezzo di kg di CO2e.

 

 

 

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