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Modelli di agricoltura sostenibile per un’economia circolare

Claudia Costa

L’agricoltura è un terreno fertile per l’economia circolare: dal settore primario arrivano reflui urbani, zootecnici, scarti alimentari e delle colture, una miniera rinnovabile per il recupero di elementi che giocano un ruolo centrale per il suolo come fosforo, azoto e potassio, ma anche biogas e ammendanti (“qualsiasi sostanza, naturale o sintetica, minerale od organica, capace di modificare e migliorare le proprietà e le caratteristiche chimiche, fisiche, biologiche e meccaniche di un terreno”). Utilizzando gli scarti agricoli è possibile: ridurre le emissioni di CO2 causate dalla produzione di fertilizzanti minerali e produrre ammendanti e combustibili da fonti rinnovabili.

L’Italia è in pole position nelle classifiche europee dell’indice complessivo di circolarità, considerando il grado di uso efficiente delle risorse, utilizzo di materie prime seconde e innovazione nelle categorie produzione, consumo e gestione rifiuti. Nei settori del riciclo, del riuso e della riparazione, l’Italia registra un ottimo livello di occupazione: il 2,1% del totale al di sopra della media Ue 28 che si ferma a quota 1,7%. Per rafforzare ulteriormente questa posizione, occorre incentivare la collaborazione sinergica di produttori e trasformatori e promuovere la salvaguardia dell’ambiente.

Sviluppo di una bioeconomia, economia circolare e utilizzo sostenibile delle materie prime

È su questi temi che si è concentrata l’attenzione del Convegno “Buone pratiche green in agricoltura. Innovazioni nell’area metropolitana milanese” organizzato da Consorzio Italbiotec, ente italiano no profit per lo sviluppo di biotecnologie industriali che eroga servizi di formazione, ricerca e sviluppo d’impresa, in collaborazione con Lombardy Green Chemistry Association, cluster tecnologico di riferimento regionale per lo sviluppo della bioeconomia e dell’economia circolare a partire dall’utilizzo sostenibile di materie prime rinnovabili, e Regione Lombardia, area di spicco per lo sviluppo di nuove filiere bio-based.

Un evento volto a promuovere il dialogo e la cooperazione tra le realtà industriali bio-based e i Distretti Agricoli presenti nell’Area Metropolitana di Milano, con lo scopo di fornire alle realtà rurali nuove opportunità di economia circolare attraverso l’uso innovativo di biomasse, coordinando gli interessi di accademici, ricercatori, stakeholders e policymakers operanti nel settore delle biotecnologie e delle bioenergie.

Bioplastiche sostenibili dalla valorizzazione del rifiuto e delle biomasse agro-alimentari

Nella prima tavola rotonda dal titolo “La produzione sostenibile di bioplastiche attraverso la valorizzazione del rifiuto e delle biomasse agro-alimentari”Melissa Balzarotti, Project Manager del Consorzio Italbiotec, ha illustrato un’analisi di mercato “Verso una bioeconomia circolare per la Regione Lombardia” che mappa il potenziale industriale presente in Lombardia per lo sviluppo di nuove filiere bio-based. L’obiettivo è quello di avvicinare il mondo dei produttori, da cui derivano biomasse di scarto, ai trasformatori, sensibilizzando al reimpiego dei rifiuti per la creazione di nuove catene di valore integrate a base biologica e connessioni vincenti tra i settori della chimica, agroalimentare, bioenergetico e dei biocarburanti.

Fabrizio Adani, Professore ordinario presso il DISAA (Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali) dell’Università degli Studi di Milano, che sviluppa ricerca scientifica sui sistemi agricoli, forestali, zootecnici, ambientali ed energetici promuovendo una gestione efficace ed efficiente di sistemi agricoli complessi, ha presentato Rainbow: un progetto ‘green’ della startup innovativa pavese Agromatrici Srl per la produzione di un particolare tipo di plastica rispettosa dell’ambiente, che sfrutta in modo intelligente i rifiuti solidi urbani. Si tratta dei cosiddetti poliidrossalcanoati o PHA, bio-termoplastiche prodotte da fonti rinnovabili e biodegradabili, economicamente ed ecologicamente sostenibili.

Ottimizzare i processi per una produzione sostenibile

Versatili negli utilizzi per le loro proprietà simili a quelle della plastica convenzionale, senza quegli aspetti inquinanti che caratterizzano le prime, costituirebbero una soluzione ideale, tuttavia il loro mercato risulta ancora limitato dai costi di produzione e dalla ridotta ecosostenibilità del processo. Le attività di Rainbow ottimizzano il processo, sia da un punto di vista produttivo che da un punto di vista della sostenibilità ambientale ed economica, integrando l’innovazione produttiva nel sistema di trattamento dei rifiuti solidi urbani lombardo.

Il mercato di riferimento del progetto è l’industria manifatturiera avanzata, in particolare la filiera dei prodotti plastici biodegradabili per applicazioni agronomiche e green-based. La sfida di Rainbow, portata avanti in partenariato con Alan S.r.l. e Università degli Studi di Milano, CNR e Istituto CAT Ronzoni, è la definizione del protocollo di una bioraffineria per la produzione di bioplastiche a partire dalla frazione organica del rifiuto urbano. Nel procedimento di realizzazione sono tenuti in considerazione prodotti da colture no food e da biomasse di scarto con alta valenza in fatto di sostenibilità.

Dal sottoprodotto lattiero-caseario al biopolimero ad oggetti di eco-design sostenibile

Elisa Casaletta, Responsabile R&D Agromatrici, ha descritto i risultati del progetto Pha-Star, finanziato da Regione Lombardia nell’ambito del bando Smart Fashion and Design, riguardante la produzione sostenibile di bioplastiche a partire da sottoprodotti agro-alimentari inutilizzati e proponendosi come possibile modello di innovazione e di applicazione dell’economia circolare al mondo agricolo.

Il siero di latte rappresenta il sottoprodotto principale ottenuto durante il processo di caseificazione, ma solo il 50% di questo è riutilizzato per la produzione della ricotta, integratori alimentari come il concentrato di proteine del siero e mangimi animali. La restante parte deve essere smaltita come rifiuto speciale, rappresentando un costo per i produttori.

Da qui è nata l’idea di Pha-Star di utilizzare il siero del latte quale fonte di carbonio per i batteri produttori di PHA, un biopolimero studiato da una cordata di soggetti: dal gruppo di ricerca Ricicla del Dipartimento di Scienze Agrarie ed Ambientali (DISAA) dell’Università degli Studi di Milano, da Agromatrici, start up della Lomellina impegnata nel recupero delle biomasse e nello sviluppo di soluzioni per la valorizzazione e recupero di scarti e rifiuti e dal Consorzio Italbiotec.

Ripensare la cura del verde in chiave sostenibile

Nell’impianto pilota, situato nella sede di Agromatici, i ricercatori hanno realizzato bioplastiche biodegradibili con l’utilizzo di microgranuli ottenuti da fermentazione batterica alimentata dal siero di latte, in parte scartato dalla filiera industriale come rifiuto speciale e quindi sottoposto a uno smaltimento particolare e costoso. I Pha purificati sono stati utilizzati per realizzare oggetti di bioplastica nel campo della fioricoltura, progettati e stampati per il giardinaggio, che potranno definirsi privi di plastica proveniente da fonti fossili. È il risultato di una sperimentazione durata due anni e che crea un circolo virtuoso in piena economia circolare.

In anteprima al Convegno, i primi 5 oggetti di eco-design realizzati in PHA e destinati alla cura del verde con l’intervento della designer Antonella Andriani che ha illustrato l’incontro fra le potenzialità del biopolimero messo a punto e il design sostenibile. Kit da giardinaggio (paletta, rastrello e trapiantatore), vanga, annaffiatoio, annaffiatoio per una bottiglia di plastica e fascette usate dagli elettricisti sono il risultato di una filosofia che si è imposta di immaginare prodotti con una valenza simbolica forte, legati alla cura del territorio e per sottolinearne il ciclo virtuoso.

Un modello sostenibile anche per i piú piccoli

Ha chiuso la tavola rotonda Daniele Radaelli, eKoala Co-Founder, azienda animata dal desiderio di applicare un modello sostenibile sia per l’ambiente che per la salute dei più piccoli, che realizza prodotti innovativi come valida alternativa alla plastica tradizionale. L’obiettivo è stato sostituire plastiche tradizionali con innovative bioplastiche per la realizzazione di prodotti per la prima infanzia. L’intera gamma eKoala deve superare i più severi test di laboratorio che garantiscano l’assenza di sostanze tossiche e che li certifichino 100% sicuri per i bambini.

Una mission di produzione definita da 3 capisaldi:

– Buono: utilizzare un materiale con basso impatto sull’ambiente nell’ottica di economia circolare;

–  Sano: con materie prime di origine naturale e prive di sostanze tossiche;

–  Bello: made in Italy è sinonimo di qualità, creatività, artigianalità e passione ed espressione di bellezza.

“Ci siamo lanciati nel mondo delle bioplastiche, sperimentando con Novamont Mater-Bi: una famiglia di bioplastiche completamente biodegradabili e compostabili con cui si realizzano soluzioni e prodotti a basso impatto ambientale nella vita di tutti i giorni. Le componenti essenziali per la produzione di Mater-BI sono amido di mais e oli vegetali non modificati geneticamente e coltivate in Europa con pratiche agricole di tipo tradizionale” ha commentato Radaelli che prosegue “Cinque anni fa abbiamo lanciato la nostra prima linea, guidati dalla costante ricerca di materiali unici e naturali con cui realizzare prodotti ideali per coloro che fanno della parola responsabilità la chiave dei propri acquisti e che antepongono alle loro scelte la volontà di lasciare alle nuove generazioni un mondo migliore.”

Buone pratiche e nuovi modelli per lo sviluppo sostenibile dell’innovazione rurale

Nella seconda tavola rotonda “Modelli per lo sviluppo dell’innovazione rurale” sono intervenuti i protagonisti di alcuni distretti agricoli:

– DAM – Distretto agricolo milanese;

– DINAMO – Distretto neorurale delle tre acque di Milano;

– DAVO – Distretto agricolo della Valle Olona;

– DAMA – Distretto agricolo Adda Martesana; RISO e RANE – Distretto rurale Riso e Rane

dell’area metropolitana di Milano che hanno presentato modelli e buone pratiche per lo sviluppo sostenibile dell’innovazione rurale.

L’opportunità di nascita di nuove value chains mira a catturare l’attenzione dei Distretti Agricoli coinvolti nel progetto RUMORE (Rural-Urban Partnerships Motivating Regional Economies), fornendo modelli per la valorizzazione dei rifiuti e sottoprodotti agro-alimentari, che ad oggi rappresentano un costo di smaltimento per i produttori e consentendo la diversificazione della produzione e la nascita di nuove filiere produttive.

RUMORE migliora le politiche e le capacità di innovazione regionale promuovendo la cooperazione e i partenariati rurale-urbani. Integrando i potenziali delle aree rurali e urbane nelle strategie di specializzazione intelligente, RUMORE facilita una migliore attuazione di queste strategie e delle politiche dei cluster delle regioni partecipanti. Di conseguenza, il progetto rafforza la capacità di innovazione delle regioni, sostiene il loro sviluppo sostenibile e contribuisce alla coesione territoriale.

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